domenica 13 maggio 2012

Ghangin' of the GuardsSemper FidelisTazza da missileOra si tratta di cambiarloTal' e qual'!5 sterline!
Ritratto di signoraArte applicataBanksyMy name is Sherlock HolmesNo picture, please!Italians do it better!
Italians do it better!#2

L'immagine presenta la situazione nello spazio logico, il sussistere e non sussistere di stati di cose. Ludwig Wittgenstein

giovedì 10 maggio 2012

Pusilla res mundus est


per Seneca e Lucano, di Cordova,
che prima dello spagnolo
scrissero tutta la letteratura spagnola.

J.L. Borges, Ringraziare voglio il divino labirinto

Studiando i classici, soprattutto studiando quanto nei secoli è stato detto su di essi, si ha l'idea che il mondo sia stato da essi sviscerato. Nel Medioevo funzionava su per giù così: lo ha detto Aristotele, allora è vero. C'è anche chi porta l'esempio dell'imperatore Tiberio, che a un vetraio che aveva inventato il vetro infrangibile, invece di premiarlo, comminò la pena di morte (più precisamente lo buttò in pasto alle murene della sua villa di Capri)  perchè il vetro infrangibile avrebbe mandato per strada tutti i vetrai dell'impero. C'è chi dice che se avessimo per intero gli Elementi di Euclide, i vari Bonaventura Francesco Cavalieri, Newton, Lindemann, Gauss non avrebbero trovato spazio in alcun libro di fisica o geometria. Per non parlare dei poeti, storici letti sempre e comunque in chiave ipermoderne e sostanzialmente anacronistiche, anch'essi a loro modo definitivi nella storia dell'umanità. Ho trovato, su suggerimento di un amico, un passo di Seneca che, quasi prevedendo tutto ciò, così avvertiva i lettori delle sue Naturales Quaestiones: 

 Quam multa animalia hoc primum cognouimus saeculo, quam multa negotia ne hoc quidem! Multa uenientis aeui populus ignota nobis sciet; multa saeculis tunc futuris, cum memoria nostri exoleuerit, reseruantur: pusilla res mundus est, nisi in illo quod quaerat omnis mundus habeat. (Nat. Quae. 7.30-5)


(Quanti animali abbiamo conosciuto per la prima volta in questo secolo, e quante cose ancora ignoriamo! I popoli futuri conosceranno molte cose che noi ignoriamo: molte ancorasono riservate per i secoli ancora futuri, quando sarà svanita la nostra memoria: il mondo sarebbe piccola cosa, se in esso ogni generazione non trovasse cose su cui fare ricerca!)


P.S. Solo una volta riletto tutto mi sono reso conto che ho citato in limine tre versi di Borges che contraddicono quanto dico nel post. Ma è Borges e tanto basta.





lunedì 7 maggio 2012

Promemoria

Estratto da un libro geniale che domani comprerò al fantastico prezzo di due euro a Mezzocannone, al banchetto di Dante e Descartes


domenica 6 maggio 2012

Invisibili linee

La natura tutta è governata da una profonda armonia,
invisibili linee  collegano le piccole cose della terra,
come per esempio il potere degli uomini,
agli astri, agli infiniti mondi che ancora non conosciamo.
(dal film Giordano Bruno, 1973)


In questi giorni di nullafacenza mi trovo spesso a passare molto del mio tempo nel parco della Reggia. Il mio posto preferito non è tanto lontano, banalmente la pineta poco dopo l'ingresso. Pochissima gente ci passa, anche in silenzio, e non è raro che io vada lì con l'intenzione di fare qualcosa di costruttivo: leggere, studiare, cercare in qualche modo di concentrarmi. Il risultato però è sempre lo stesso: che io mi porti la Gazzetta dello Sport o un libro di Raimond Chandler o di J.L. Borges, quando mi siedo, dopo dieci minuti finisco per addormentarmi. Silenzio, cinguettii vari, sciabordio della fontana e io crollo, anche alle 10 del mattino dopo che mi sono levato dal letto alle 9 e mezza. Mi dite che è normale rilassarsi, ma io mi sento proprio quasi appesantito e tirato verso il basso,  riesco sì e no a spostare le gambe. Passo così ore nel nulla totale, dove non penso nemmeno, ma percepisco ciò che mi sta intorno: non c'è intorno a me nessun rumore artificiale, sono un essere vivente immerso tra esseri viventi. Fa uno strano effetto pensare che le mie funzioni vitali in atto in quel momento (screpolarsi della pelle, scorrere del sangue, sinapsi che lavorano) non siano poi tanto più differenti da quelle della crisalide che mi sta appesa sulla testa o della formica che mi cammina sulle gambe; anzi è quasi appagante trovare una dimensione nella quale essere senza dover'essere, io col mio cuore che batte senza senso appoggiato su un albero che altrettanto gratuitamente si protende verso l'alto, seduto su foglie che gratuitamente sono cadute e diventeranno altro, senza un fine, uno scopo preciso se non quello di essere. È vero che la vita senza senso è pazzia, ma anche cercare di dare  un senso totalizzante alla propria vita porta alla follia.

venerdì 4 maggio 2012

Edmond Pollard




Vorrei aver immerso le mie mani di carne
nei fiori del disco gremiti di api,
nello specchiante cuore di fuoco
della luce della vita, il sole della gioia.
A che servono petali o antere
o aureole? Illusioni, ombre
del cuore del fiore, la fiamma centrale!
Tutto è tuo, giovane viandante;
entra nella sala del banchetto con questa certezza:
non avanzare timoroso come se dubitassi
d'essere il benvenuto - è tua la festa!
E non prendere solo un poco, rifiutandone ancora
con un timido "grazie", quando hai fame.
È viva la tua anima? Allora che si nutra!
Non lasciarti alle spalle balconi da scalare;
né bianchi seni di latte su cui riposare;
né teste dorate con cui dividere il guanciale;
né coppe di vino quando il vino è dolce;
né estasi del corpo o dell'anima,
tu morirai, certo, ma morirai vivendo
in profondità di azzurro, rapito nell'amplesso,
baciando l'ape regina, la vita!

Spoon River Anthology

martedì 1 maggio 2012

L'Italia sarebbe più fredda ormai che la Groenlandia

Io credo che ognuno si ricordi avere udito da’ suoi vecchi più volte, come mi ricordo io da’ miei, che le annate sono divenute più fredde che non erano, e gl’inverni più lunghi; e che, al tempo loro, già verso il dì di pasqua si solevano lasciare i panni dell’inverno, e pigliare quelli della state; la qual mutazione oggi, secondo essi, appena nel mese di maggio, e talvolta di giugno, si può patire. E non ha molti anni, che fu cercata seriamente da alcuni fisici la causa di tale supposto raffreddamento delle stagioni, ed allegato da chi il diboscamento delle montagne, e da chi non so che altre cose, per ispiegare un fatto che non ha luogo: poiché anzi al contrario è cosa, a cagione d’esempio, notata da qualcuno per diversi passi d’autori antichi, che l’Italia ai tempi romani dovette essere più fredda che non è ora. Cosa credibilissima anche perché da altra parte è manifesto per isperienza, e per ragioni naturali, che la civiltà degli uomini venendo innanzi, rende l’aria, ne’ paesi abitati da essi, di giorno in giorno più mite: il quale effetto è stato ed è palese singolarmente in America, dove, per così dire, a memoria nostra, una civiltà matura è succeduta parte a uno stato barbaro, e parte a mera solitudine. Ma i vecchi, riuscendo il freddo all’età loro assai più molesto che in gioventù, credono avvenuto alle cose il cangiamento che provano nello stato proprio, ed immaginano che il calore che va scemando in loro, scemi nell’aria o nella terra. La quale immaginazione è così fondata, che quel medesimo appunto che affermano i nostri vecchi a noi, affermavano i vecchi, per non dir più, già un secolo e mezzo addietro, ai contemporanei del Magalotti, il quale nelle Lettere familiari scriveva: "egli è pur certo che l’ordine antico delle stagioni par che vada pervertendosi. Qui in Italia è voce e querela comune, che i mezzi tempi non vi son più; e in questo smarrimento di confini, non vi è dubbio che il freddo acquista terreno. Io ho udito dire a mio padre, che in sua gioventù, a Roma, la mattina di pasqua di resurrezione, ognuno si rivestiva da state. Adesso chi non ha bisogno d’impegnar la camiciuola, vi so dire che si guarda molto bene di non alleggerirsi della minima cosa di quelle ch’ei portava nel cuor dell’inverno". Ouesto scriveva il Magalotti in data del 1683. L’Italia sarebbe più fredda oramai che la Groenlandia, se da quell’anno a questo, fosse venuta continuamente raffreddandosi a quella proporzione che si raccontava allora.


Giacomo Leopardi, Pensieri, XXXIX (passim)



Giacomo Leopardi by Tullio Pericoli