sabato 26 ottobre 2013

La varietà dei luoghi che realmente esiste

Luoghi, inconsueti e solitari

Quando si viaggia molto,
e quando si ama semplicemente vagare
e perdersi,
si può finire nei luoghi più bizzarri.

Ho una grande attrazione per i luoghi.
È quasi una sorta di dipendenza.
Altre persone sono dipendenti da droghe o dal calcio,
(beh, anche io…)
dai soldi, dalle automobili, dal successo, o da qualsiasi altra cosa.
Io adoro i luoghi.
Mi lego talmente a loro,
che posso sentire nostalgia per una dozzina di luoghi contemporaneamente.
Cosa c’è di speciale nei luoghi?

Innanzitutto, ne sono molto incuriosito.
Già solo guardando una mappa,
i nomi delle montagne e dei villaggi,
dei fiumi, dei laghi e dei vari paesaggi,
mi eccitano
pur non conoscendoli
e non avendoli mai visitati.
Leggo i nomi
e immediatamente vorrei vedere quei luoghi.
Lo stesso mi accade con le città!
I nomi delle aree, delle piazze, delle vie o dei palazzi
evocano in me un ardente desiderio di visitarli.

Certo non sempre mi piace quello che trovo.
Ma molto spesso sì.
È fortuna?
Ho imparato dalla mia lunga esperienza
nel cercare i luoghi
che si tende a trovare
esattamente ciò che si DESIDERA trovare.

Anche altre persone trovano cose incredibili, ovviamente,
ma sembrano raggiungere risultati diversi rispetto ai miei.
Hanno mentalità diverse, prima di tutto,
e sono alla RICERCA di altro.
Il mio senso di luogo
è impostato su ciò che è “fuori luogo”

Tutti girano a destra perché
“lì c’è qualcosa di interessante”,
io vado a sinistra
“dove non c’è niente”,
ed è quasi certo,
che io mi trovi dinnanzi il “mio tipo di posto”.

Non so,
è come una sorta di radar incorporato
che spesso mi indirizza verso luoghi
inconsuetamente solitari,
o solitariamente inconsueti.

Sto lì e semplicemente non posso credere a quello che vedo…
È questa la mia sensazione preferita.

Si potrebbe iniziare a capire
da dove deriva la mia insaziabile fame di luoghi sconosciuti:
deriva dal fatto
che nel mondo
esistono luoghi e spazi così incredibili
da non riuscire ad essere immaginati neanche nei sogni più fantasiosi,
in colori e forme mai visti,
con i particolari più folli,
in costellazioni impossibili.

Questa è la motivazione per cui non mi interesso
alle immagini generate dai computer,
e a tutte le foto in cui oggi il mondo è riprodotto artificialmente
combinate, manipolate, inventate o composte
per creare una “nuova realtà”
Qual è il “grande dilemma”?!

La realtà che scopro,
ogni volta e in ogni dove,
quei luoghi inconsueti e solitari,
sono così più coinvolgenti ed emozionali, nel mio book,
per il semplice motivo
che esistono.
La maggior parte delle volte con umiltà,
talvolta con orgoglio,
spesso dimenticati
e raramente noti.

Non c’è nulla di più bello sotto il cielo di Dio,
che l’incredibile,
strabiliante,
infinita
varietà di luoghi,
che realmente
esiste.

Wim Wenders

sabato 12 ottobre 2013

Autografi

Dopo anni in cui ho studiato autografi, antigrafi, idiografi, apografi, ho cominciato anche io a collezionarne qualcuno

Giovanni Lindo Ferretti

Enzo Avitabile #1

Enzo Avitabile #2 (su Fuji Instax Wide210)

Franco Battiato

Roscoe Beck (bassista di Leonard Cohen)

Leonard Cohen 
(espressamente con dedica, per non farlo finire su EBay)






domenica 6 ottobre 2013

Gettare la scala dopo esservi salito

Più che avere il coraggio delle proprie convinzioni, bisognerebbe avere il coraggio di attaccare le proprie convinzioni.
Nietzsche
D'altronde detesto tutto ciò che m'istruisce soltanto, senza ampliare ed accrescere immediatamente la mia attività
Goethe

Metto per iscritto alcune riflessioni sull'università e gli studi che sto per concludere. Dopo la maturità scelsi/non scelsi lettere classiche perchè mi sembrava (e mi sembra tutt'ora) di non poter fare altro: mi sembrava l'unico modo per allenare la mia mente, per non diventare un automa come quasi tutte le persone che conoscevo e che conosco, per non entrare nell'ovvio dei significanti e le visioni parziali e solipsistiche. Alla fine mi sono reso conto che per rimanere vivo come ho cercato di descrivere ho dovuto accartocciare e cestinare anche le mie idee sulla letteratura, sul latino, sul greco, sul loro valore, sul modo in cui ci vengono spesso insegnati. Il problema, però, è più articolato e si sviluppa su due livelli: uno formale e un secondo che definirei esistenziale. Il primo riguarda quello che è lo stato dell'arte: di solito i classicisti, alla domanda (per certi versi legittima) sulla utilità delle nostre discipline, glissano sfuggendo e dicendo che l'utilità non è una categoria applicabile (un gruppo su Facebok si chiama "Lettere Antiche: siamo inutili e ne andiamo molto fieri"!!!!!): fondamentalmente così  eludono ogni risposta. Non la danno agli altri intorno e non la danno nemmeno a me, che vorrei continuare questa strada. Dovremmo scendere per strada e trovare le parole per spiegare il nostro posto nella società: se non le troviamo dovremmo trarre le conclusioni: è assodato che nella vita non c'è senso, ma in un contesto sociale di domanda e offerta di servizi, io non posso pretendere un servizio quale che sia senza offrirne un altro (sono esclusi ovviamente quelli di base, ma cerco qualcosa in più del pronto soccorso dalla società in cui vivo): se non spiego agli altri come posso essere loro utile, come posso chiedere agli altri di essere utili? Tentando di abbozzare risposte si ricorre alle cerebrali risposte di intellettuali come Canfora, La Penna, Mieli o altri (tutta gente che si è comunque realizzata in questo settore), quando non si ritorna a Gentile o Croce (per tacere della retorica sugli umanisti, sui romantici, la repubblica delle lettere...), che ovviamente non sono alla portata di tutti o, più semplicemente, non rispondono alla domanda perchè non sono sullo stesso piano. Purtroppo dobbiamo confrontarci con lo zeitgeist (scientismo, globalizzazione, decostruttivismo...) e penso sia necessaria, per prima cosa, onestà intellettuale,  liberandoci dalle etichette che ci siamo posti: noi non siamo vittime di alcunchè, la società non ci ha condannato, i nostri studi non sono ingiustamente bistrattati, a meno che per giustizia non si intenda la giustizia per me. Se sono vegetariano ed entro in una steack house non posso lamentarmi che ci sia carne ovunque. Semplicemente le cose vanno da un'altra parte, in un altro senso. Altro aspetto che ho ravvisato, che potrebbe configurarsi come una conferma  e una conseguenza dell'afasia da cui siamo afflitti: mentre parlavo con ragazze provenienti dal Belgio su ciò che studio, alla mia risposta "lettere classiche" chiedevano ulteriori spiegazioni, confondendomi con uno storico più che con uno studioso dell'antichità: ciò dimostra che nel mondo si vive bene anche non conoscendo la filologia classica (anzi, stavano proprio benissimo!).  Il problema forse è che le nostre materie servono a noi o alla società in generale, quanto a mantenere aperti i dipartimenti e pagare i professori, formatisi però in un altro mondo: nel giro di pochissimo tempo siamo passati dall'affermare il valore insindacabile dell'antico come radice della nostra identità culturale (contrapposto al tecnocratico e ateo mondo sovietico) al ritrovarci tutti insieme latini, greci, turchi, germani, africani, musulmani, hinuit sullo stesso piano, e con Platone che trova lo stesso spazio, nel mondo globale, di Osho, Lao Tzu e al-Hariri : a me non è giunto alcuna notizia di un dibattito critico in merito a questo cambiamento, e ancora continuiamo a pensare e pensarci come i veri depositari del modo più efficace di affrontare la realtà.  Mi viene da fare un'altra considerazione, più generale, sulle humanities: in Italia viviamo ancora in un bolla retorica per la quale noi dovremmo accontentarci del nostro studio, vivere male e sacrificarci per l'arte, disprezzare il mondo che non sa mettere i congiuntivi, gli apostrofi e che usa le abbreviazioni, un mondo in cui le sconfitte diventano i nostri trofei. In qualche modo anche noi vogliamo entrare nelle graduatorie ormai piene, vivere di precariato, soffrire per seguire un sogno: vivere di cultura (meglio con la C maiuscola), castigare i mores contemplando lo splendore del tempo che fu, in cui il latino e il greco permettevano ai legulei di diventare avvocati, ai medici di diventare dottori e di inserire qualche saporita citazione qua e la dando l'idea di essere intellettuali e profondi. I nostri occhi sono coperti da tutte queste parole, abbiamo letto tutti la lettera di Machiavelli a Francesco Vettori dove NM parla del suo amore verso le lettere, usciamo da un sistema scolastico che fondamentalmente è fermo a Gentile (1923)  imperniata su una visione idealistica (da intendersi non come aggettivo, ma a quella corrente filosofica che riduce l'essere al pensiero, privilegiando aspetti ideali rispetto a quello materiali) che di fatto ha ancora un'ipoteca molto forte su tutta la cultura italiana. Come tante voces clamantis in deserto parliamo ancora di valori, di senso, di bellezza (i cui canoni spesso sono fermi al romanticismo) in un mondo che invece macina dati su dati, amiamo i libri indiscrinatamente come oggetti, quando esistono tantissimi supporti che ignoriamo, vogliamo scrivere libri vari, quando ormai l'arte si fa per strada, sul proprio corpo, con l'immondizia. Siamo appunto, voces clamantis in deserto, ma ci lamentiamo di essere vestiti di pelle e di mangiare insetti. Desideriamo un mondo che non è mai esistito e disprezziamo quello che abbiamo intorno, come se tutto il male nascesse da atroci perversioni come programmi televisivi, canzoni stupide o giornali di quart'ultimo ordine. Tutto molto romantico, ma non so quanto utile alla nostra vita qui e ora.
Detto questo, passo al secondo aspetto: allo stato delle cose, giusto a 24 anni a vedere chiaramente questo stato di cose, cosa devo fare? Trovare altro, che pure c'è ed è tantissimo, rischiando col tempo di dimenticare cose che per me sono importantissime e che hanno concorso alla formazione della mio modo di vedere il mondo (quindi di rischiare di mettere sullo stesso scaffale, col tempo, Platone e Osho: ovviamente non comprerò mai Osho, è solo per rimanere nella metafora). Queste sono discipline che mi hanno formato, se non le avessi studiate direi cavolate diverse da quelle che dico adesso e che sto scrivendo ora, sono state uno spartiacque tra ciò che ero prima e ciò che sono ora (con tutti i problemi relativi all'io e a quale io, che ovviamente tralascio). Devo conservare questa lezione come un metodo per avvicinarmi alle situazioni cui inevitabilmente mi troverò davanti, devo coltivarle al livello hobbistico finendo come un cinquantenne che legge Focus Storia? Sarei tentato di seguire Wittgenstein, che alla fine del Tractatus (6.54)  scrive:

 Le mie proposizioni illustrano così: colui che le comprende, alla fine le riconosce insensate, se è salito per mezzo di esse, su esse, oltre esse. (Egli deve, per così dire, gettare la scala dopo esservi salito). Egli deve superare queste proposizioni. Allora vede rettamente il mondo.

 Con questi dubbi concludo gli esami, parlo con i professori trovandoli sempre più distrutti personalmente che non come gli intellettuali che mi aspettavo, alla ricerca di qualcosa che non c'è più: ovviamente il collasso di cui io sono testimone dai miei professori è stato vissuto, nella totale incoscienza, sulla loro pelle (il passaggio da un'università di élite a una di massa e le altre cause che ho cercato di elencare sopra): tutti i dipartimenti e i convegni sono dedicati a professori formatisi nella prima parte del XX secolo, che rientravano in un numero ristrettissimo di intellettuali europei che diede il meglio  nei decenni successivi al boom post bellico: ora i programmi sono di un livello poco più che liceale: se per esempio, 30 anni fa potevano iscriversi pochissime persone, ancora meno si laureavano, i professori che tenevano corsi erano evidentemente pochi e  riconosciuti: nell'università di massa, per parafrasare Big Bang Theory "Chi volete che non abbia una laurea magistrale?".

Io ovviamente non ho alcuna soluzione, scrivo queste cose solo per ordinare le mie pochissime idee ben confuse.

lunedì 24 giugno 2013

Tutti i mondi possibili esistono davvero

Fu come un vano
sospiro
il desiderio improvviso d'uscire
di me stesso, di vivere la vita
di tutti,
d'essere come tutti
gli uomini di tutti
i giorni.

U.Saba, Il Borgo


Mi capita spesso, osservando  una fotografia su una bancarella, una persona sconosciuta in fila alla posta, leggendo il curriculum di qualche professore dell'università di interrogarmi sulle loro piccole cose di tutti i giorni, su cosa amano, cosa mangiano, cosa pensano del mondo, quali libri leggevano a 14 anni, ed è impossibile non paragonarli a me. Mi chiedo spesso quanto siano pesati su di loro le cose che pesano a me, la barba fatta male, le scarpe sformate di cui ti accorgi solo all'ultimo momento, i problemi per un futuro incomprensibile, quale sia il loro film preferito.
Mi chiedo se abbiano mai amato qualcuno, se siano stati contenti di mangiare il loro piatto preferito, quali siano le cose importanti per loro come le mie lo sono per me, come queste siano entrate nella loro vita.

Lo stesso accade anche con le cose: case diroccate che avranno sicuramente visto le vite di persone normali, banali, che facevano cose normali e banali. Libri non più letti, chi li ha letti mai, saranno piaciuti, saranno stati regali...Vedere foto di vecchie strade, palazzi, chiese, persone che sono state e che non sono più è come cercare di capire un teorema, la cui spiegazione però è sempre più veloce del tuo cervello e per un particolare che ti sembra di aver colto, ce ne sono altri mille che ti corrono davanti in tutte le direzioni senza che tu possa nemmeno sperare di prenderli.

Come per gli oggetti  usati e sformati, anche i corpi poi presentano segni di usura, segni di operazioni: tic, manie, cicatrici:  mi chiedo quanto e se abbiano sofferto, se si sono mai accorti dei  cambiamenti che stavano subendo, della schiena che si curvava e delle gambe sempre più pesanti. Le persone che scendono  da casa al mattino sono tutte storie ambulanti, reti di significanti e questa cosa non smette mai di stupirmi. Con l'uso dei social network tutti ci costruiamo un'immagine, volenti o nolenti, ma non è quello che mi attira: mi colpisce il quotidiano, quello che abbiamo sempre sotto le mani, lo sguardo usuale sul mondo, meglio ancora, la mancata elaborazione del mondo come rappresentazione di se che comporta l'uso dei social network. Mi colpisce come per secoli sia sia vissuto senza, senza sovrastrutture, e mi chiedo se non fosse vita anche quella. Mi stupisco quando vedo, appunto, ancora chi vive senza le mie strutture. 

Amo l'infinito intrecciarsi delle possibilità, intese  presenza fattuale di cose che possono (non) essere, che sono in me e non in altri e viceversa.

Passo davvero molto tempo nel gioco ozioso di arrovellarmi sulle possibilità degli altri, su cosa pensi e cosa mangi il tizio che ora urla sotto casa mia. Questi diventano per me come Eveline di Gente di Dublino, o Ulisse, un personaggio letterario qualsiasi che tu segui e (ri)conosci in base ai suoi gesti che, però, non sono raccontati da un autore nell'incastro di una storia più o meno sensata o conclusa, ma che viaggiano paralleli, si incrociano, ti coinvolgono anche solo per sapere dove si trovi Piazza Bovio e che ritornano poi a sparire nel labirinto dei fili e delle vite altrui, confondendosi gli uni sugli altri in un intreccio che è impossibile seguire.

Io ascolto e non capisco e tutto attorno mi stupisce
la vita, com'è fatta e come uno la gestisce
e i mille modi e i tempi, poi le possibilità
F. Guccini, Il pensionato

sabato 8 giugno 2013

È polvere anche la parola scritta


No, non ti salverà quanto lasciarono

scritto coloro che temendo implori;

tu non sei gli altri, ti trovi nel centro

del labirinto ordito dai tuoi passi.

Non ti salvano l’agonia di Cristo

o di Socrate, non ti salva Budda,

l’aureo Siddharta che accettò la morte

in un giardino, al cadere del giorno.

E’ polvere anche la parola scritta

dalla tua mano, la sillaba detta

dalla tua bocca. E’ impietosa la sorte

e la notte di Dio non ha mai fine.

La tua materia è il tempo, l’incessante

tempo. Sei tutti gli istanti e ogni istante. 
JLB

sabato 11 maggio 2013

Al disastro del presente

Vivere il proprio tempo sapendo, coscienza di carne, che c’è stato altro e altro ci sarà dall’oggi. La società non è nata il 25 aprile del 1945, la cultura non è riducibile all’epopea del beat che pare averci generati, e per far fronte al disastro del presente qualche lezione di storia e d’arte bisogna pur farle. E’ obbligatorio. FLG







giovedì 25 aprile 2013

25 Aprile


La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l'ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell'orario.
La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori.
La storia non somministra carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.
La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C'è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge
quanto più può: se esagerasse, certo
sarebbe meglio, ma la storia è a corto
di notizie, non compie tutte le sue vendette.
La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s'incontra l'ectoplasma
d'uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n'ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui.

domenica 7 aprile 2013

Nottola di Minerva



La filosofia arriva sempre troppo tardi. Come pensiero del mondo, essa appare per la prima volta nel tempo, dopo che la realtà ha compiuto il suo processo di formazione ed è bell'e fatta. [...] La nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo.

G.W.F. Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto, Prefazione

domenica 31 marzo 2013

Pisciare controvento





I miei disegni sono realizzati a mano, in un unico esemplare su carta. Sono quindi destinati a sparire presto. L’unica cosa che mi interessa è l’emozione. Mi piace l’idea di lavorare a tempo perso, di pisciare controvento, costruendo cose effimere, dei piccoli chiassi allegorici, infinitamente irrisori. E tanto meglio se un passante, anche uno solo, si ferma a guardare.

http://www.ziguline.com/zilda-quadri-effimeri-in-una-citta-effimera/

martedì 26 marzo 2013

PPP a Caserta





Lo intravedi, Palazzo Reale, in una luce accesa e malinconica, scolpito nella sua polvere, rosa, di quel rosa che hanno le architetture nei sogni. Sembra scrostato e cadente, con uno strato di quelle luci rosa che regge ancora immenso com'è. Giungendo col rapido te lo trovi avanti inaspettato, tanto più che non sai di essere giunto a Caserta; e poi magari il pomeriggio sta declinando, e la luce è ancora più accesa e malinconica.


Totale e concreta come la luce è la noia. Gli abitanti di Caserta sembrano afoni. Mi sono spinto verso il cuore della cittadina fino a un vasto piazzale dove si stava smontando il mercato della mattina, tra bivacchi di cavoli e fichi d'India, senza sentire un grido


Pier Paolo Pasolini, Visioni del Sud,1951 in  Romanzi e racconti 1946-1961

domenica 10 marzo 2013

Padre spirituale




 "Vedete, li avevo assassinati tutti io stesso", spiegò Padre Brown, "per questo naturalmente, sapevo come erano andate le cose" [...] "Avevo preparato ciascun delitto con ogni cura", continuò Padre Brown, "avevo vagliato esattamente come esso potesse esser compiuto e con quale stato mentale un uomo potesse compierlo. E quando fui perfettamente sicuro di essere io stesso nelle condizioni dell'assassino, naturalmente seppi chi egli fosse" [...] "Intendo dire che realmente mi son visto, ho visto me stesso, commettere gli assassinii. [...]. Intendo dire che ho pensato e ripensato come un uomo possa diventare così, finché mi resi conto che ero simile a lui, in tutto, eccetto che nella volontà di compiere l'azione finale." "Io aspetto di essere dentro un assassino, io attendo finché penso i suoi stessi pensieri, e lotto con le sue stesse passioni, finché io mi sono piegato nell'atteggiamento del suo odio che spia e che colpisce, finché io vedo il mondo con i suoi stessi biechi occhi iniettati di sangue..."

G.K. Chesterton, Il segreto di padre Brown.

mercoledì 27 febbraio 2013

Ond' io sovente arrosso e disfavillo


La provedenza, che quivi comparte 
vice e officio, nel beato coro 
silenzio posto avea da ogne parte,

quand' ïo udi': «Se io mi trascoloro, 
non ti maravigliar, ché, dicend' io, 
vedrai trascolorar tutti costoro.

Quelli ch'usurpa in terra il luogo mio, 
il luogo mio, il luogo mio, che vaca 
ne la presenza del Figliuol di Dio,

fatt' ha del cimitero mio cloaca 
del sangue e de la puzza; onde 'l perverso 
che cadde di qua sù, là giù si placa». [...]

«Non fu la sposa di Cristo allevata 
del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto, 
per essere ad acquisto d'oro usata;

ma per acquisto d'esto viver lieto 
e Sisto e Pïo e Calisto e Urbano 
sparser lo sangue dopo molto fleto.

Non fu nostra intenzion ch'a destra mano 
d'i nostri successor parte sedesse, 
parte da l'altra del popol cristiano;

né che le chiavi che mi fuor concesse, 
divenisser signaculo in vessillo 
che contra battezzati combattesse;

né ch'io fossi figura di sigillo 
a privilegi venduti e mendaci, 
ond' io sovente arrosso e disfavillo.

In vesta di pastor lupi rapaci 
si veggion di qua sù per tutti i paschi: 
o difesa di Dio, perché pur giaci?

Del sangue nostro Caorsini e Guaschi 
s'apparecchian di bere: o buon principio, 
a che vil fine convien che tu caschi!

Ma l'alta provedenza, che con Scipio 
difese a Roma la gloria del mondo, 
soccorrà tosto, sì com' io concipio;

e tu, figliuol, che per lo mortal pondo 
ancor giù tornerai, apri la bocca, 
e non asconder quel ch'io non ascondo».

Dante Alighieri, Divina Commedia, Paradiso XXVII, vv.16-27 e vv. 40-66.



lunedì 28 gennaio 2013

Sorpassati



Tra tutte le opere
io prediligo quelle usate.
I bacili di rame ammaccati, appiattiti sugli orli,
le forchette e i coltelli dai manici di legno
che molte mani hanno logorato : queste mi parvero
le più nobili forme. Così anche i selci
che circondano le vecchie case,
smussati dai molti piedi che li calpestarono,
coi ciuffi d'erba che vi crescono in mezzo : queste
sono felici opere.

Entrate nell'uso molteplice, sovente variando aspetto,
migliorano la loro guisa, si fanno pregevoli
perchè sovente saggiate.
Persino i frammenti di sculture
con le loro mani mozze m'incantano. Per me
vissero anch'essi. Furono portati anche se poi lasciati cadere.
Anche se travolti stettero pure a non grande altezza.
Gli edifici mezzo diroccati
riprendono l'aspetto di maestosi disegni
ancora incompiuti : le loro belle misure
sono già intuibili; è necessario però
il nostro intendimento. Eppure
hanno già servito, sono anzi già sorpassati. Il sentirlo
mi rende felice.

Bertolt Brecht, "Poesie inedite e sparse 1913-1933"


domenica 27 gennaio 2013

venerdì 25 gennaio 2013

Pisciandoci sopra


Il "buon selvaggio", invece, non è un mito; esso esiste oggettivamente: esiste una felicità selvaggia - mitissima, contadina, pastorale - che ignora scuole e ospedali. Mia madre è vissuta in una Casarsa ancora
selvaggia, e anche io, nella prima parte della mia infanzia, quando si medicavano le ferite pisciandoci sopra o si allontanava la tempesta facendo segnl di croce con una fraschetta di ulivo. Io però ero destinato
a divenire un piccolo borghese terrorizzato dall'idea della miseria e dell'insuccesso, quindi pavento la mancanza di scuole e ospedali, e di tutte le altre comodità.

Pier Paolo Pasolini intervistato da Tommaso Anzoino (1971)

HAITI 2012: Emiliano Larizza, "Saut d'eau Pilgrimage" (il pellegrinaggio di Saut d'Eau) ad Haiti: una donna a seno nudo prega ai piedi di una cascata in onore alla dea dell'amore e della bellezza Ezili.

domenica 20 gennaio 2013

Ascoltate!




Giotto, Cappella degli Scrovegni, Padova (particolare)

Ascoltate!
Se accendono le stelle,
vuol dire forse che a qualcuno servono,
che qualcuno desidera che esse siano,
che qualcuno chiama perle questi piccoli sputi?
E, forzando
le bufere di polvere del meriggio,
si spinge fino a Dio,
teme d'essere in ritardo,
piange,
gli bacia la mano nodosa,
implora
- ha bisogno di una stella! -
giura
che non può sopportare questo martirio senza stelle!
E poi
cammina inquieto,
fa finta d'esser calmo.
Dice a qualcuno:
"Allora, adesso, stai meglio?
Non hai paura?
No?!".
Ascoltate!
Se accendono
le stelle,
vuol dire forse che a qualcuno servono,
che è indispensabile
che ogni sera
sopra i tetti
risplenda almeno una stella?

V. Majakovskij


venerdì 4 gennaio 2013

Senza speranza

La paura non può essere senza speranza né la speranza senza paura.
Baruch Spinoza, Ethica ordine geometrico demonstrata, 1677






Bifatima Dauletova considerata da molti guaritori tradizionali kazachi l'ultima custode locale di un antica tradizione dei dervisci sufi esegue un rituale di purificazione usando sangue di pecora nel suo podere ai piedi della catena montuosa Tien Shan nel Kazakistan del sud. Conosciuta con il titolo onorifico di Bifatima apa la mistica e sciamana richiama seguaci da molto lontano persone con problemi di salute tossicodipendenza o che vogliono risolvere questioni esistenziali.

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domenica 30 dicembre 2012

Trenta soldi



Vend. Vorrei una vita così come Dio me la mandasse, senz'altri patti.
Pass. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell'anno nuovo?
Vend. Appunto.
Pass. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest'anno ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascono è d'opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato che il bene; se a patto di riavere la vita di prima con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch'è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll'anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
Vend. Speriamo.
Pass. Dunque mostratemi l'almanacco più bello che avete.
Vend. Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.
Pass. Ecco trenta soldi.



Scartato il gusto del ritrovamento
di un'origine inesistente Non
esiste
proprio non c'è
Scontata l'importanza del vestire
In maniera adeguata e conveniente
Di una qualche compagnia piacente
Siccome tacciono quelli che sanno
Siccome tacciono
Buon anno, ragazzi
Buon anno



giovedì 27 dicembre 2012

Menzogne






Una foto vale mille menzogne.
Claude Jasmin, Maman-Paris, Maman-la-France, 1982

lunedì 24 dicembre 2012

I figli di Babbo Natale

http://www.letteratura.rai.it/articoli/lorenzo-pavolini-legge-i-figli-di-babbo-natale/2810/default.aspx


Non c'è epoca dell'anno più gentile e buona, per il mondo dell'industria e del commercio, che il Natale e le settimane precedenti. Sale dalle vie il tremulo suono delle zampogne; e le società anonime, fino a ieri freddamente intente a calcolare fatturato e dividendi, aprono il cuore agli affetti e al sorriso. L'unico pensiero dei Consigli d'amministrazione adesso è quello di dare gioia al prossimo, mandando doni accompagnati da messaggi d'augurio sia a ditte consorelle che a privati; ogni ditta si sente in dovere di comprare un grande stock di prodotti da una seconda ditta per fare i suoi regali alle altre ditte; le quali ditte a loro volta comprano da una ditta altri stock di regali per le altre; le finestre aziendali restano illuminate fino a tardi, specialmente quelle del magazzino, dove il personale continua le ore straordinarie a imballare pacchi e casse; al di là dei vetri appannati, sui marciapiedi ricoperti da una crosta di gelo s'inoltrano gli zampognari, discesi da buie misteriose montagne, sostano ai crocicchi del centro, un po' abbagliati dalle troppe luci, dalle vetrine troppo adorne, e a capo chino dànno fiato ai loro strumenti; a quel suono tra gli uomini d'affari le grevi contese d'interessi si placano e lasciano il posto ad una nuova gara: a chi presenta nel modo più grazioso il dono più cospicuo e originale.
Alla Sbav quell'anno l'Ufficio Relazioni Pubbliche propose che alle persone di maggior riguardo le strenne fossero recapitate a domicilio da un uomo vestito da Babbo Natale.
L'idea suscitò l'approvazione unanime dei dirigenti. Fu comprata un'acconciatura da Babbo Natale completa: barba bianca, berretto e pastrano rossi bordati di pelliccia, stivaloni. Si cominciò a provare a quale dei fattorini andava meglio, ma uno era troppo basso di statura e la barba gli toccava per terra, uno era troppo robusto e non gli entrava il cappotto, un altro troppo giovane, un altro invece troppo vecchio e non valeva la pena di truccarlo.
Mentre il capo dell'Ufficio Personale faceva chiamare altri possibili Babbi Natali dai vari reparti, i dirigenti radunati cercavano di sviluppare l'idea: l'Ufficio Relazioni Umane voleva che anche il pacco-strenna alle maestranze fosse consegnato da Babbo Natale in una cerimonia collettiva; l'Ufficio Commerciale voleva fargli fare anche un giro dei negozi; l'Ufficio Pubblicità si preoccupava che facesse risaltare il nome della ditta, magari reggendo appesi a un filo quattro palloncini con le lettere S, B, A, V.
Tutti erano presi dall'atmosfera alacre e cordiale che si espandeva per la città festosa e produttiva; nulla è più bello che sentire scorrere intorno il flusso dei beni materiali e insieme del bene che ognuno vuole agli altri; e questo, questo soprattutto - come ci ricorda il suono, firulí firulí, delle zampogne -, è ciò che conta.
In magazzino, il bene - materiale e spirituale - passava per le mani di Marcovaldo in quanto merce da caricare e scaricare. E non solo caricando e scaricando egli prendeva parte alla festa generale, ma anche pensando che in fondo a quel labirinto di centinaia di migliaia di pacchi lo attendeva un pacco solo suo, preparatogli dall'Ufficio Relazioni Umane; e ancora di più facendo il conto di quanto gli spettava a fine mese tra " tredicesima mensilità " e " ore straordinarie ". Con qui soldi, avrebbe potuto correre anche lui per i negozi, a comprare comprare comprare per regalare regalare regalare, come imponevano i più sinceri sentimenti suoi e gli interessi generali dell'industria e del commercio.
Il capo dell’Ufficio Personale entrò in magazzino con una barba finta in mano: - Ehi, tu! - disse a Marcovaldo. - Prova un po' come stai con questa barba. Benissimo! Il Natale sei tu. Vieni di sopra, spicciati. Avrai un premio speciale se farai cinquanta consegne a domicilio al giorno.
Marcovaldo camuffato da Babbo Natale percorreva la città, sulla sella del motofurgoncino carico di pacchi involti in carta variopinta, legati con bei nastri e adorni di rametti di vischio e d'agrifoglio. La barba d'ovatta bianca gli faceva un po’ di pizzicorino ma serviva a proteggergli la gola dall'aria.
La prima corsa la fece a casa sua, perché non resisteva alla tentazione di fare una sorpresa ai suoi bambini. " Dapprincipio, - pensava, non mi riconosceranno. Chissà come rideranno, dopo! "
I bambini stavano giocando per la scala. Si voltarono appena. - Ciao papà.
Marcovaldo ci rimase male. -Mah... Non vedete come sono vestito?
- E come vuoi essere vestito? - disse Pietruccio. - Da Babbo Natale, no?
- E m'avete riconosciuto subito?
- Ci vuol tanto! Abbiamo riconosciuto anche il signor Sigismondo che era truccato meglio di te!
- E il cognato della portinaia!
- E il padre dei gemelli che stanno di fronte!
- E lo zio di Ernestina quella con le trecce!
- Tutti vestiti da Babbo Natale? - chiese Marcovaldo, e la delusione nella sua voce non era soltanto per la mancata sorpresa familiare, ma perché sentiva in qualche modo colpito il prestigio aziendale.
- Certo, tal quale come te, uffa, - risposero i bambini, - da Babbo Natale, al solito, con la barba finta, - e voltandogli le spalle, si rimisero a badare ai loro giochi.
Era capitato che agli Uffici Relazioni Pubbliche di molte ditte era venuta contemporaneamente la stessa idea; e avevano reclutato una gran quantità di persone, per lo più disoccupati, pensionati, ambulanti, per vestirli col pastrano rosso e la barba di bambagia. I bambini dopo essersi divertiti le prime volte a riconoscere sotto quella mascheratura conoscenti e persone del quartiere, dopo un po' ci avevano fatto l'abitudine e non ci badavano più.
Si sarebbe detto che il gioco cui erano intenti li appassionasse molto. S'erano radunati su un pianerottolo, seduti in cerchio. - Si può sapere cosa state complottando? - chiese Marcovaldo.
- Lasciaci in pace, papà, dobbiamo preparare i regali.
- Regali per chi?
- Per un bambino povero. Dobbiamo cercare un bambino povero e fargli dei regali.
- Ma chi ve l'ha detto?
- C'è nel libro di lettura.
Marcovaldo stava per dire: " Siete voi i bambini poveri! ", ma durante quella settimana s'era talmente persuaso a considerarsi un abitante del Paese della Cuccagna, dove tutti compravano e se la godevano e si facevano regali, che non gli pareva buona educazione parlare di povertà, e preferì dichiarare: - Bambini poveri non ne esistono più!
S'alzò Michelino e chiese: - È per questo, papà, che non ci porti regali?
Marcovaldo si sentí stringere il cuore. - Ora devo guadagnare degli straordinari, - disse in fretta, - e poi ve li porto.
- Li guadagni come? - chiese Filippetto.
- Portando dei regali, - fece Marcovaldo.
- A noi?
- No, ad altri.
- Perché non a noi? Faresti prima..
Marcovaldo cercò di spiegare: - Perché io non sono mica il Babbo Natale delle Relazioni Umane: io sono il Babbo Natale delle Relazioni Pubbliche. Avete capito?
- No.
- Pazienza -. Ma siccome voleva in qualche modo farsi perdonare d'esser venuto a mani vuote, pensò di prendersi Michelino e portarselo dietro nel suo giro di consegne. - Se stai buono puoi venire a vedere tuo padre che porta i regali alla gente, - disse, inforcando la sella del motofurgoncino.
- Andiamo, forse troverò un bambino povero, - disse Michelino e saltò su, aggrappandosi alle spalle del padre.
Per le vie della città Marcovaldo non faceva che incontrare altri Babbi Natale rossi e bianchi, uguali identici a lui, che pilotavano camioncini o motofurgoncini o che aprivano le portiere dei negozi ai clienti carichi di pacchi o li aiutavano a portare le compere fino all'automobile. E tutti questi Babbi Natale avevano un'aria concentrata e indaffarata, come fossero addetti al servizio di manutenzione dell'enorme macchinario delle Feste.
E Marcovaldo, tal quale come loro, correva da un indirizzo all'altro segnato sull'elenco, scendeva di sella, smistava i pacchi del furgoncino, ne prendeva uno, lo presentava a chi apriva la porta scandendo la frase:
- La Sbav augura Buon Natale e felice anno nuovo,- e prendeva la mancia.
Questa mancia poteva essere anche ragguardevole e Marcovaldo avrebbe potuto dirsi soddisfatto, ma qualcosa gli mancava. Ogni volta, prima di suonare a una porta, seguito da Michelino, pregustava la meraviglia di chi aprendo si sarebbe visto davanti Babbo Natale in persona; si aspettava feste, curiosità, gratitudine. E ogni volta era accolto come il postino che porta il giornale tutti i giorni.
Suonò alla porta di una casa lussuosa. Aperse una governante. - Uh, ancora un altro pacco, da chi viene?
- La Sbav augura...
- Be', portate qua, - e precedette il Babbo Natale per un corridoio tutto arazzi, tappeti e vasi di maiolica. Michelino, con tanto d'occhi, andava dietro al padre.
La governante aperse una porta a vetri. Entrarono in una sala dal soffitto alto alto, tanto che ci stava dentro un grande abete. Era un albero di Natale illuminato da bolle di vetro di tutti i colori, e ai suoi rami erano appesi regali e dolci di tutte le fogge. Al soffitto erano pesanti lampadari di cristallo, e i rami più alti dell'abete s'impigliavano nei pendagli scintillanti. Sopra un gran tavolo erano disposte cristallerie, argenterie, scatole di canditi e cassette di bottiglie. I giocattoli, sparsi su di un grande tappeto, erano tanti come in un negozio di giocattoli, soprattutto complicati congegni elettronici e modelli di astronavi. Su quel tappeto, in un angolo sgombro, c'era un bambino, sdraiato bocconi, di circa nove anni, con un'aria imbronciata e annoiata. Sfogliava un libro illustrato, come se tutto quel che era li intorno non lo riguardasse.
- Gianfranco, su, Gianfranco, - disse la governante, - hai visto che è tornato Babbo Natale con un altro regalo?
- Trecentododici, - sospirò il bambino - senz'alzare gli occhi dal libro. - Metta lí.
- È il trecentododicesimo regalo che arriva, - disse la governante. - Gianfranco è cosí bravo, tiene il conto, non ne perde uno, la sua gran passione è contare.
In punta di piedi Marcovaldo e Michelino lasciarono la casa.
- Papà, quel bambino è un bambino povero? - chiese Michelino.
Marcovaldo era intento a riordinare il carico del furgoncino e non rispose subito. Ma dopo un momento, s'affrettò a protestare: - Povero? Che dici? Sai chi è suo padre? È il presidente dell'Unione Incremento Vendite Natalizie! Il commendator...
S'interruppe, perché non vedeva Michelino. Michelino, Michelino! Dove sei? Era sparito.
" Sta’ a vedere che ha visto passare un altro Babbo Natale, l'ha scambiato per me e gli è andato dietro... " Marcovaldo continuò il suo giro, ma era un po' in pensiero e non vedeva l'ora di tornare a casa.
A casa, ritrovò Michelino insieme ai suoi fratelli, buono buono.
- Di' un po', tu: dove t'eri cacciato?
- A casa, a prendere i regali... Si, i regali per quel bambino povero...
- Eh! Chi?
- Quello che se ne stava cosi triste.. - quello della villa con l'albero di Natale...
- A lui? Ma che regali potevi fargli, tu a lui?
- Oh, li avevamo preparati bene... tre regali, involti in carta argentata.
Intervennero i fratellini. Siamo andati tutti insieme a portarglieli! Avessi visto come era contento!
- Figuriamoci! - disse Marcovaldo. - Aveva proprio bisogno dei vostri regali, per essere contento!
- Sí, sí dei nostri... È corso subito a strappare la carta per vedere cos'erano...
- E cos'erano?
- Il primo era un martello: quel martello grosso, tondo, di legno...
- E lui?
- Saltava dalla gioia! L'ha afferrato e ha cominciato a usarlo!
- Come?
- Ha spaccato tutti i giocattoli! E tutta la cristalleria! Poi ha preso il secondo regalo...
- Cos'era?
- Un tirasassi. Dovevi vederlo, che contentezza... Ha fracassato tutte le bolle di vetro dell'albero di Natale. Poi è passato ai lampadari...
- Basta, basta, non voglio più sentire! E... il terzo regalo?
- Non avevamo più niente da regalare, cosi abbiamo involto nella carta argentata un pacchetto di fiammiferi da cucina. È stato il regalo che l'ha fatto più felice. Diceva: " I fiammiferi non me li lasciano mai toccare! " Ha cominciato ad accenderli, e...
-E...?
- …ha dato fuoco a tutto!
Marcovaldo aveva le mani nei capelli. - Sono rovinato!
L'indomani, presentandosi in ditta, sentiva addensarsi la tempesta. Si rivesti da Babbo Natale, in fretta in fretta, caricò sul furgoncino i pacchi da consegnare, già meravigliato che nessuno gli avesse ancora detto niente, quando vide venire verso di lui tre capiufficio, quello delle Relazioni Pubbliche, quello della Pubblicità e quello dell'Ufficio Commerciale.
- Alt! - gli dissero, - scaricare tutto; subito!
" Ci siamo! " si disse Marcovaldo e già si vedeva licenziato.
- Presto! Bisogna sostituire i pacchi! - dissero i Capiufficio. - L'Unione Incremento Vendite Natalizie ha aperto una campagna per il lancio del Regalo Distruttivo!
- Cosi tutt'a un tratto... - commentò uno di loro. Avrebbero potuto pensarci prima...
- È stata una scoperta improvvisa del presidente, - spiegò un altro. - Pare che il suo bambino abbia ricevuto degli articoli-regalo modernissimi, credo giapponesi, e per la prima volta lo si è visto divertirsi...
- Quel che più conta, - aggiunse il terzo, - è che il Regalo Distruttivo serve a distruggere articoli d'ogni genere: quel che ci vuole per accelerare il ritmo dei consumi e ridare vivacità al mercato... Tutto in un tempo brevissimo e alla portata d'un bambino... Il presidente dell'Unione ha visto aprirsi un nuovo orizzonte, è ai sette cieli dell'entusiasmo...
- Ma questo bambino, - chiese Marcovaldo con un filo di voce, - ha distrutto veramente molta roba?
- Fare un calcolo, sia pur approssimativo, è difficile, dato che la casa è incendiata...
Marcovaldo tornò nella via illuminata come fosse notte, affollata di mamme e bambini e zii e nonni e pacchi e palloni e cavalli a dondolo e alberi di Natale e Babbi Natale e polli e tacchini e panettoni e bottiglie e zampognari e spazzacamini e venditrici di caldarroste che facevano saltare padellate di castagne sul tondo fornello nero ardente.
E la città sembrava più piccola, raccolta in un'ampolla luminosa, sepolta nel cuore buio d'un bosco, tra i tronchi centenari dei castagni e un infinito manto di neve. Da qualche parte del buio s'udiva l'ululo del lupo; i leprotti avevano una tana sepolta nella neve, nella calda terra rossa sotto uno strato di ricci di castagna.
Usci un leprotto, bianco, sulla neve, mosse le orecchie, corse sotto la luna, ma era bianco e non lo si vedeva, come se non ci fosse. Solo le zampette lasciavano un'impronta leggera sulla neve, come foglioline di trifoglio. Neanche il lupo si vedeva, perché era nero e stava nel buio nero del bosco. Solo se apriva la bocca, si vedevano i denti bianchi e aguzzi.
C'era una linea in cui finiva il bosco tutto nero e cominciava la neve tutta bianca. Il leprotto correva di qua ed il lupo di là.
Il lupo vedeva sulla neve le impronte del leprotto e le inseguiva, ma tenendosi sempre sul nero, per non essere visto. Nel punto in cui le impronte si fermavano doveva esserci il leprotto, e il lupo usci dal nero, spalancò la gola rossa e i denti aguzzi, e morse il vento.
Il leprotto era poco più in là, invisibile; si strofinò un orecchio con una zampa, e scappò saltando.
È qua? È là? no, è un po' più in là?
Si vedeva solo la distesa di neve bianca come questa pagina.

Italo Calvino,Marcovaldo